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Giovanni Lanfranco – Stile, semantica, quotazioni delle opere e video

lanf41La Reggia di Colorno ospita fino al 2 dicembre una mostra dedicata a Giovanni Lanfranco (Parma 1582 – Roma 1647), che ricompone eccezionalmente l’universo artistico di uno dei più affascinanti protagonisti del passaggio dal caravaggismo alla grande pittura barocca. Ideatore del progetto è Erich Schleier, tra i più autorevoli esperti del Barocco europeo. Oltre cento i dipinti e cinquanta i disegni: una galleria di Madonne, santi, martiri, eroi classici, dame e cavalieri, creazioni – tra carne e spirito, gloria e sofferenza, rapimento ed estasi, religione e letteratura – di una personalità che con abile e colta invenzione seppe muoversi nella sua epoca, rileggendo e interpretando in modo peculiare la lezione dei sommi contemporanei, e che questa mostra “racconta”, mettendo in relazione cronologie, iconografie, modelli e influenze.

“Stilearte” ha rivolto alcune domande a Lucia Fornari Schianchi, Soprintendente ai beni artistici di Parma e Piacenza e direttrice dell’evento.

Finalmente, con questa mostra, un’occasione per conoscere in maniera approfondita l’intera opera di Giovanni Lanfranco…
Sicuramente, uno degli aspetti più importanti della mostra è di permettere la riscoperta e restituire un adeguato riconoscimento ad un pittore che è stato senza dubbio tra i protagonisti della scena del barocco italiano, e non un semplice comprimario. Si tratta di un evento emotivamente molto forte, strutturato in un itinerario che definirei straordinario – sia per la quantità che per la qualità dei prestiti, concessi da musei europei e americani -, e che offre un’ineccepibile visione d’insieme della lunga e assai produttiva attività artistica di Giovanni Lanfranco.
Il primo maestro a cui Lanfranco fece riferimento, all’epoca della sua formazione a Parma, fu Agostino Carracci, che veniva da Roma. Un incontro importante, seguito poi da quello col fratello di Agostino, Annibale, che Lanfranco raggiunse nell’Urbe. Possiamo delineare sinteticamente il peso che ebbero queste frequentazioni?
Bisogna innanzitutto dire che Lanfranco seppe scegliere il maestro giusto. Avrebbe potuto puntare su altri, restando magari collegato all’ambiente tardomanierista che al tempo era più che riconosciuto a Parma, e non esprimere diverse ambizioni, ma non fu così. Egli comprese che il tracciato romano rappresentava la via giusta per la propria affermazione, e la sua fu una scelta vincente. Agostino Carracci era un intellettuale a tutto tondo, una figura di riferimento fondamentale, e rappresentò la cerniera di collegamento con Roma. Alla morte di Agostino, avvenuta nel 1602, Lanfranco decise di lasciare l’ambiente un po’ retrogrado del Ducato, per trasferirsi, ventenne, nell’Urbe. Qui seppe dimostrare la sua grandezza, scegliendo consapevolmente di lavorare per essere protagonista all’interno dell’ambiente artistico: e ciò a differenza di altri colleghi, come lo Schedoni, che, da Roma, scriveva lettere lamentose in cui denunciava il desiderio di tornare in patria. Collaborando con Annibale Carracci, Lanfranco “scopre” la Galleria Farnese, sapendone trarre tutto il possibile, cogliendone una lezione importantissima.
Nelle prime prove autonome dell’artista si evidenziano poi scelte e capacità che vanno oltre il naturalismo classicista dei Carracci, e che comprendono la scoperta di nuovi mezzi espressivi, colti con intelligenza dalla rivoluzione di Caravaggio e dei suoi primi seguaci e anche dalla fruttuosa collaborazione con un altro grande maestro presente a Roma, Guido Reni…

Più che da Caravaggio stesso, Lanfranco maturò le suggestioni provenienti dal lavoro di alcuni caravaggeschi come Orazio Borgianni o Simon Vouet, più dolci, che lavoravano con un realismo meno marcato, e, per certi versi, meno “imbarazzante” di quello del Merisi. Da loro trasse il luminismo contrastato, una certa spregiudicatezza compositiva ed effetti di verità, soprattutto nei brani di paesaggio. In mostra sono proposte alcune opere significative di questi autori, quasi degli occhielli che consentono una lettura dei rapporti di influenza, rendendoli chiari pure al grande pubblico. Ed evidente appare anche il “colloquio” con Reni, da cui con tutta probabilità trasse il gusto per una tavolozza brillante e sofisticata.
Quando Lanfranco fa ritorno a Parma, con occhio più esperto e maturo, riscopre Correggio, e in particolare “L’assunzione della Vergine “ del Duomo, con le sue prospettive ardite e il suo illusionismo da “paradiso artificiale”…
L’opera di Correggio produsse una sorta di incanto e di attrazione non solo su Lanfranco, ma su tutti i pittori barocchi: non è un caso che la sua opera sia ormai tradizionalmente definita pre-barocca. In Correggio si osserva una serie di “sintomi” che sfoceranno poi nel grande barocco secentesco; nel suo lavoro sono presenti fermenti anticipatori che molti artisti seppero cogliere, a cominciare da Rubens. L’attenzione di Lanfranco verso questo maestro fu dovuta in parte a ragioni che potremmo definire “campanilistiche”, ma soprattutto al fatto che furono i suoi stessi maestri, i Carracci, i primi a disvelargliene la grandezza, invitandolo a coglierne il prezioso esempio. Ed egli non si sottrasse certo all’invito, e nel solco correggesco introdusse a Roma quella stupefacente apertura sul cielo divino, che fu accolta con estremo favore sia nella pienezza del suo valore simbolico, che, ancor più, per la qualità di “performance” artistica. La splendida cupola di Sant’Andrea della Valle rappresenta in questa direzione l’opera che ne siglò definitivamente il successo sulla scena romana. Un successo che lo portò poi a Napoli (dal 1634), dove trascorse dodici anni di intensa attività, durante i quali non perse peraltro il contatto con gli importanti committenti della città papale.
Il raggiungimento della maturazione del suo stile personale lo vede combinare intensa e sublimata luminosità ed effetti naturalistici, con l’affermazione di quella tensione drammatica e religiosa, di quel pathos che definisce il clima barocco…
Lanfranco è un artista che sorprende per la ricchezza e la qualità del suo iter e per le relazioni che seppe esprimere tra la cultura pittorica parmense-emiliana, romana e napoletana. Per quel che concerne una definizione completa di questo stile personale, è opportuno anche parlare di “neovenetismo”; Lanfranco infatti si fa portavoce di un “barocco tenero”, che si distingue per un vigore meno accentuato, dove si osserva l’affermazione di un cromatismo luminoso e cangiante derivante dalla riscoperta dei maestri veneti, sia quelli frequentati a Roma, che i grandi del Cinquecento che egli aveva amato e studiato. E’ anche attraverso questa lezione che egli modula il passaggio da una visione statico-naturalistica a quella dimensione di sospesa meditazione estatica, che ne rende unico e comunque sempre indipendente lo stile.

 

NEL VIDEO UN VIAGGIO TRA LE OPERE DI GIOVANNI LANFRANCO

 

GLI AFFRESCHI DI GIOVANNI LANFRANCO NELLA CUPOLA DELLA BASILICA DI SANT’ANDREA DELLA VALLE DI ROMA




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