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Sei dita per ogni mano, sei dita per ogni piede. Perchè Leonardo e Raffaello aggiunsero arti supplementari?

di Roberto Manescalchi

Che la notte porti consiglio è risaputo e a me, in attesa che la stessa si decida a darmeli, capita di ingannare il tempo cazzeggiando. Ascolto musica in sottofondo intanto che guardo scorrere le immagini di una televisione muta e sintonizzata in uno dei tanti telegiornali che continuano ad andare in loop. Accendo il toscano che ho sempre in bocca. Bevo qualcosa che l’alcol comporta il rilascio di endorfine e una piacevole sensazione di ricompensa. Gratifico insomma l’udito, la vista, il gusto e l’olfatto. Non venite a dirmi che il toscano puzza se non volete che vi dica che non capite niente e avete la segatura al posto del cervello. Sempre più di rado, sono uso a stimolare anche il tatto, ma per una sorta di malcelato pudore non sto a raccontarvi come. Intanto che eccito i cinque sensi gironzolo spesso in mezzo ad una quantità industriale di libri e o riviste, disposte in rigoroso disordine in ogni dove o navigo nelle acque, spesso paludose e oscure, della rete. No! Non avete capito… melmoso/paludoso e oscuro non sta per perverso. Nel mio caso sta per irreale, indefinito e o poco chiaro. In questo mio vagare questa notte mi sono imbattuto in un sito e nelle sei dita del piede destro dell’”uomo vitruviano” di Leonardo.
Naturalmente voi sapete fin troppo bene che per me due più due fa sempre e solo quattro senza alcuna altra possibilità e sapete che non credo neanche a quel che vedo. Pure gli occhi, anche se dono di madre natura e o se preferite del buon Dio, e la vista possono essere ingannati. Lungi da me superstizione, esoterismo, magia e quant’altro anche se sono certamente inquieto e attento alla sopravvivenza. Eppure non c’è dubbio alcuno! Conta e riconta… fate quel che volete, il piede destro dell’uomo Vitruviano ha sei dita (Fot. 1).

Naturalmente si potrebbe argomentare il come Leonardo abbia potuto disegnare male il dito mignolo del piede (in modo che le dita sembrino sei) per ben due volte e, in aggiunta, in posizione leggermente diversa. Lascio a voi la responsabilità di sostenere che Leonardo disegnasse male e o potesse averlo mai fatto… ma sappiate che non voglio mai sentirlo dire… non fatelo in mia presenza. Certo c’è anche chi sostiene, pochi ad onor del vero, più o meno velatamente, che non si può essere proprio sicuri sicuri che il disegno in questione sia di Leonardo che come un’altro dei suoi più bei disegni -l’autoritratto di Torino- compare (è conosciuto) solo a partire dal secondo decennio del XIX sec. Ad onor del vero la scoperta delle dita in più non mi ha poi turbato così tanto che so perfettamente, ad esempio, che nella Vergine delle Rocce, conservata al Louvre, ha dipinto tre braccia alla madre di Dio (Fot.2).

Fot.2

Cos’è in fondo un mignolo in più o in meno al cospetto di un intero braccio? Mi sovviene anche che, un centinaio di anni dopo Leonardo, anche Rembrandt abbia raffigurato una donna con tre braccia. Credo che già non fosse più vergine e forse si sbatteva un po’ nel suo letto alla francese (il titolo dell’incisione), ma di sicuro, forse partecipe dalla foga, il grande olandese incise tre braccia (Fot.3).

Fot.3

La vergine di Leonardo, per la precisione, ha tre braccia destre e la donna di Rembrandt tre braccia sinistre nel caso la cosa potesse essere significante. Raffaello? C’è il centenario della morte quest’anno e volete che ‘Il Divino’ sia da meno? Sembra che abbia esordito con sei dita del piede sinistro del bimbo della Madonna con Bambino che giovinetto affrescò in casa sua… nella sua casa paterna di Urbino (il primo suo lavoro secondo buona parte della critica recente). Che il bambino abbia sei dita non si discute (Fot.4).

Fot.4

se mai, per salvare Raffaello, si potrebbe dare la colpa ad un qualche incauto restauratore o, per far prima, si potrebbe riportare la paternità della pittura al padre suo Giovanni Santi cui a lungo è stata attribuita e che, come tutti sanno, non era certamente divino! Se fin qui ci potremmo anche mettere una pezza… più difficile metterla sulle sei dita del piede sinistro di San Giuseppe (Fot.5) nello sposalizio della Vergine

Fot.5

dipinta per i francescani di Città di Castello su commissione, abbiamo letto da qualche parte, dei potenti Albizzini. La colpa al padre questa volta non la possiamo dare che, morto nel 1494 non era a Città di Castello con il figlio. Si certo il dipinto ha subito molteplici traversie. Fu donato a Giuseppe Lechi, generale dell’armata francese, dalla cittadinanza esultante per i rivolgimenti napoleonici nel 1798. Acquistata nel 1803 da Giacomo Sannazzari e donata l’anno successivo all’Ospedale Maggiore di Milano, fu poi acquistata da Eugenio di Beauharnais e destinata con decreto vicereale alla Pinacoteca, grazie anche all’interessamento di Giuseppe Bossi, allora segretario dell’Accademia di Belle Arti. Si sa che assieme agli spostamenti arrivano i danni e la necessità dei restauri. Un primo probabilmente già nel Settecento, poi quello del pittore Giuseppe Molteni del 1858 (dipingeva, ma non si chiamava Raffaello). Esattamente cento anni dopo fu la volta di Mauro Pelliccioli, ma questa volta non fu a causa delle ingiurie del tempo bensì per colpa dei colpi di martello che un pazzo inflisse al gomito e al ventre della Vergine e il piede di Giuseppe? Di quello non ci è data notizia. Dopo ulteriori cinquant’anni sembrò poi necessario un ulteriore intervento stante che l’opera sembrava troppo offuscata causa l’alterazione dei materiali superficiali. L’ultimazione del restauro a cura di Paola Borghese, Andrea Carini e Sara Scartati coordinati (mi scuso per qualsivoglia errore e o dimenticanza che vado a memoria) da Matteo Ceriamo ed Emanuela Daffra venne in concomitanza delle celebrazioni del bicentenario -2009- dell’apertura di Brera. Tanto per non girarci intorno vi dico subito, per quel che può valere, che avrei tenuto più basso il tono dell’azzurro ed avrei preso per buone le cromie della splendida copia seicentesca di Tommaso Lancisi (cfr. Fot. 6 Lancisi a dx) che a me oggi, malgrado le ingiurie del tempo ma in assenza di manomissioni degli infedeli pare più bella.

Fot.6

La copia del Lancisi, di proprietà degli Uffizi è in deposito in una chiesetta di Caprese Michelangelo, ma questa è una divagazione (forse tema di un altro articolo) e ritorniamo alle dita. C’è il sesto dito nel piede sinistro di Giuseppe, sembra a me e o quel che sembra è dovuto ad un incauta pennellata di un qualche restauratore? Non lo so, ma quel che è certo è che Tommaso Lancisi nel Seicento il sesto dito lo copiò (Fot.7)

Fot.7

e se Tommaso lo copiò è anche probabile che quel dito in più ci fosse… o no? Continuando questo, probabilmente inutile, cazzeggio abbiamo poi letto anche delle sei dita del piede destro di San Giovanni Battista (Fot.8) di Timoteo Viti (Urbino, 22 novembre 1469 – Urbino, 7 gennaio 1523) nella sua “Vergine Annunciata e i Santi Giovanni Battista e Sebastiano, sempre conservato a Brera. Ovviamente Milano con il fatto che, eventualmente, nelle Marche – tra Timoteo e Raffaello ci fu frequentazione-, sapessero contare male non c’entra niente o forse, lo vedremo più tardi, c’entra eccome.

Fot.8

Più o meno in contemporanea contavano male anche in quel di Perugia che che nel suo Sposalizio della Vergine realizzato per la Cappella del Santo Anello nel Duomo di Perugia (vi era conservata la reliquia dell’anello nuziale della Vergine) ed oggi conservato nel Musée des Beaux-Arts a Caen il nostro buon Pietro di Cristoforo Vannucci (Perugino) di dita sei ne dipinge sia nel piede sinistro di San Giuseppe sia nel piede, sempre sinistro, della donna immediatamente a lato della vergine (Fot.9).

Fot.9

Che la costruzione dello Sposalizio della Vergine di Raffaello sia in parallelo con l’opera di Perugino, è cosa evidente per tutti come è accettata da tutti una sorta di apprendistato del giovane presso il maestro più anziano sul finire del Quattrocento. Se le dita in più fossero state sempre dalla parte sinistra potrebbe trattarsi giustapposto di cosa sinistra. Anche il tre delle braccia, numero legato mani e piedi con il sei, evoca presenze demoniache, ma Leonardo e, nel suo piccolo, anche Timoteo ci smentiscono che le deformazioni/eccezioni le pongono sulle terminazioni degli arti destri. Certo per coloro che potrebbero pensare che ci inventiamo le cose c’è anche da rilevare che sei dita il “divino” le ha dipinte pure nella “La bella giardiniera”, del 1507/8, oggi al Louvre, al piede sinistro della Madonna e del giovanissimo Giovanni (Fot.10).

Fot.10

Per fugare poi qualsiasi dubbio sulla sua reale capacità di saper dipingere sei dita e sulla sua reale volontà di rappresentarle… nella sua “Madonna Sistina” del 1512/14, oggi a Dresda nella Gemäldegalerie sei dita, questa volta, senza possibilità alcuna di equivoco, le pone nella mano destra del Pontefice greco Sisto II (Fot.11), poi Santo, che fu martire sotto Valeriano nel 258.

Fot.11

Supponendo la mano di un uomo iperdotata e dalle eccezionali capacità guidata dal cervelletto, che sarebbe la parte primordiale del cervello e sede deputata degli istinti rimandiamo al dipinto di Dean Reilly “The death of Raphael and other mistakes”, ubicazione sconosciuta, (Fot. 12) che sull’avambraccio di una mano esadattile pone la scritta Asterion… il nome di un ossicino sito proprio nei pressi del cervelletto e che, nel dipinto, lo indicherebbe.

Fot.12

Comunque tutte cose scritte e in qualche misura risapute anche se più dagli esoterici che dagli storici dell’arte anche se le evidenze non ammettono repliche. L’ultimo dipinto di Reilly l’abbiamo trovato in: Anna Lisa Genovese, La tomba del divino Raffaello, Gangemi Editore, 2016. Per la mano eccezionale la spiegazione potrebbe sembrare plausibile e per analogia lo stesso potrebbe valere per il piede. Ci resterebbe, tuttavia, qualche problemino da risolvere col piedino dell’onnipotente bambin Gesù. Ci pare proprio strano, infatti, che Raffaello potesse aver avuto bisogno di fargli un dito in più per rimarcarne l’essenza divina. In soccorso potrebbe forze venirci Ottaviano Ubaldini della Carda, vero signore di Urbino, educato a Milano – ecco che la città ritorna – alla corte di Filippo Maria Visconti, e consigliere preferito dal Duca, che ebbe modo di accedere a biblioteche immense (la sua ad Urbino fu una delle più importanti della rinascenza) ed avere come maestri alcuni tra gli eruditi, campioni di sapienza alchemica, più illustri del suo tempo. Che le dita del vitruviano disegnate da Leonardo muovano da quella lontana corte? Cosa era rimasto di essa nei venti anni che il genio trascorse presso il Moro?

Tra i contemporanei o quasi di Raffaello sembrerebbero aver avuto sei dita ad uno dei piedi Carlo VIII Re di Francia ed Anna Bolena seconda moglie di Enrico VIII. Non vi dico però nulla dei numeri due ed otto perché sono le sei, il sole è già sorto da un pezzo, le stelle sono spente ed il tempo del cazzeggio, per questa notte, è finito.

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