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Silvestro Lega, Tra le rose del giardino

Silvestro Lega, prigioniero della “grande bellezza”? I vantaggi e i limiti dei macchiaioli

Il giovane romagnolo Silvestro Lega aveva studiato a lungo, a Firenze, la pittura dei maestri del ’400. Se ne ricorderà al momento di creare le sue opere più belle, rivestendo di fulgori cromatici e formali gli scorci di vita quietamente borghese che amava cantare nel perimetro della tela. Le atmosfere sono quelle che caratterizzano Manet – pre-impressionista – e il primo Monet. Ma la differenza con gli impressionisti si fa poi notevole. I primi tendono a rendere il paesaggio e le presenze umane nel vorticoso mutamento di luce e di movimento. I macchiaioli passano ancora dal bozzetto al quadro rifinito. In Lega il tempo è immoto e metafisico. E a ciò contribuisce il legame stretto dei “toscani” con la “grande bellezza”, cioè un modello del passato, troppo alto perché possa essere infranto.

di Francesca Baboni

Il romagnolo Silvestro Lega nasce a Modigliana nel 1826, ma si trasferisce ben presto a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle arti sotto la guida di Servolini, Gazzarrini, Bezzuoli e Pollastrini. E’ però nell’atelier di Luigi Mussini – che insieme allo svizzero Franz Adolf von Sturler, allievo di Ingres, tiene una scuola di pittura purista – che Lega inizia ad appassionarsi al disegno. “Disegnavo, disegnavo sempre” ricorderà in seguito.
Come scrive Antonio Paolucci: “Nella Firenze colta del Caffè Michelangelo, il giovane di Modigliana frequentava i musei e le chiese, guardava e riguardava con attenzione i capolavori dell’arte antica. Il mondo delle forme classiche doveva esercitare su di lui un fascino particolare, una specie di non resistibile attrazione. Ciò dipendeva in larga e decisiva misura dalla sua formazione purista, ma anche dal suo temperamento meditativo, riflessivo”.


Silvestro Lega, Il pergolato

Silvestro Lega, Il pergolato

Mentre studia all’Accademia, Silvestro ne visita sicuramente anche il museo allestito accanto alla scuola, dove osserva opere come la Maestà di Giotto, il Battesimo di Cristo del Verrocchio e di Leonardo, il Cosimo de’ Medici del Bronzino, l’Incoronazione della Vergine di Botticelli, la Cena in Emmaus del Pontormo. Dopo l’apprendistato purista, Lega si affida ad Antonio Ciseri, che lo incoraggia nell’attività pittorica. Nasce in questo periodo un capolavoro dell’età giovanile, Il ritratto del fratello Ettore fanciullo, dipinto tra il ’55 e il ’57. La prima svolta verso il realismo, che segna l’allontanamento dal purismo accademico, avviene nel 1859 in occasione del concorso indetto da Bettino Ricasoli, quando Silvestro si dedica alla tematica militare presentando un cospicuo gruppo di opere, e successivamente nel 1860, quando conosce il gruppo dei frequentatori del Caffè Michelangelo a cui aderisce, tra cui Cristiano Banti e Giovanni Fattori, indiscussi propugnatori della “macchia” e del “vero” antiaccademico.

Silvestro Lega, Il primo dolore

Silvestro Lega, Il primo dolore

Non è improvviso per Lega il passaggio dal purismo al realismo: fondamentale per la sua definitiva “conversione” è il soggiorno nella campagna di Piagentina, ospitato dai coniugi Batelli, nella cui giovane figlia, Virginia, trova una musa ispiratrice. Proprio nel periodo di Piagentina – circa un decennio – si forma la famosa “scuola” omonima, di cui fanno parte pure Signorini, Abbati, Borrani e Sernesi. Attraverso lo studio costante della realtà quotidiana (come in Idillio campagnolo, opera aderente ai dettami della “macchia”) e dell’intimità familiare, Silvestro Lega diventa pittore della vita moderna e, come scrive lo stesso Signorini, “se non colpisce gli sguardi del volgare osservatore, ottiene l’approvazione degl’intelligenti e dei conoscitori”.
Afferma Fernando Mazzocca: “Pittore borghese, pittore provinciale (non già per limitatezza d’intuizione e di stile, ma per la sola materia oggettiva della sua arte), Lega seppe fare del suo angusto mondo reale, un ricco e prodigioso reale pittorico, nel quale si riaffacciano i gemmei splendori cromatici di Piero della Francesca, di Fra Angelico, del Pesellino o la soavità lineare di un Benozzo Gozzoli o di un Melozzo da Forlì, in quella riduzione ch’era fatalmente implicita nell’indole dell’epoca”. Il primo dolore del 1863, esposto alla Società Promotrice di Genova, opera dal formalismo prezioso, trova la sua originalità nella scelta di un fondo mai piatto. Nel 1865 Silvestro partecipa a ben sei rassegne ufficiali in diverse città, ogni volta presentando nuovi quadri (La nonna, L’indovina, Le bambine che fanno le signore) accomunati da una visione serena del mondo e da un sottofondo di attenzione psicologica ai personaggi. Ma il punto culminante della sua arte arriva tra il ’67 e il ’68, quando esegue i due capolavori Il canto di uno stornello e La visita: dipinti dalle reminiscenze ingresiane e nei quali è stato riscontrato un avvicinamento alle predelle toscane quattrocentesche (un consapevole recupero del passato col “sentimento umano dell’epoca nostra”, come afferma il pittore stesso) che Lega aveva studiato agli Uffizi.



Silvestro Lega, La visita

Silvestro Lega, La visita

Il canto di uno stornello, dall’impaginazione moderna e antica allo stesso tempo, è ambientato a casa di colei che è diventata la sua compagna, Virginia Batelli, e propone un interno borghese con tre figure femminili – Virginia seduta al piano, le altre due in piedi – che stanno cantando sottovoce un motivo, mentre una luce bianca penetra dalla finestra in un afoso pomeriggio estivo. Diego Martelli aveva notato in quel capolavoro le “belle qualità di contorno che si ammirano giustamente nei quattrocentisti padri dell’arte” per l’impianto di armonia formale. A questo proposito Signorini afferma che “la scuola di Piagentina, fra i cavoli dell’orto e le rive dell’Arno tornava come istintivamente alle tradizioni quattrocentiste colla ingenua osservazione di una natura modesta e prosaica… Fra i Macchiaioli quello che maggiormente aderì a codesto spirito religioso – benché, strano a dirsi, ateo e massone – fu appunto Silvestro Lega”.
Nella Visita, l’incontro rievocato tra Maria e la cugina Elisabetta si trasforma nei convenevoli tra due donne della buona borghesia che si salutano in giardino, in una sublime semplicità del tutto laica. E nel Pergolato o Dopo pranzo, sempre del ’68, il rapporto delle figure con lo spazio ricorda le impaginature antiche ma rivissute e interpretate in chiave moderna, senza citazionismi. La morte dell’amata Virginia, avvenuta nel 1870, segna la fine di un’era e l’inizio della crisi. Persi i riferimenti, Lega ritorna ai luoghi d’origine e sceglie l’autoemarginazione, dando vita ad una società che cesserà la sua attività dopo appena un anno.

La passeggiata in giardino

La passeggiata in giardino

Nel 1880, ospite a Bellariva della famiglia Tommasi come precettore dei figli, ritrova – mutando però completamente il registro stilistico – la passione per la pittura, che diventa rifugio e scopo di esistenza. Martelli sosterrà che “nei suoi studi arieggia molto alla serena gaiezza degli impressionisti francesi”; in realtà, seguendo una linea autonoma, egli ha assorbito le influenze delle novità europee in modo del tutto personale, mantenendo la solidità che lo ha sempre caratterizzato (Ritratto di signora, Ritratto di Eleonora Tommasi del 1884-85, Una madre del 1884).
Nel 1886 Lega comincia a frequentare villa Bandini al Gabbro, nell’entroterra livornese, a contatto con una natura primordiale che segna la sua terza fase pittorica, quella che vede la serie delle vivaci Gabbrigiane. Le contadine e popolane del luogo offrono una nuova opportunità di ricerca sul volto femminile che diventa ben presto ossessione nella serialità della riproduzione dei tratti somatici, fino a culminare nel capolavoro della Lettura del 1888, ritratto di due delle sorelle Bandini, che se può ricordare Il canto dello stornello per l’impostazione, in realtà rappresenta un approdo molto più moderno, nella maniera “concitata”, nel peso degli sguardi, nella freschezza del movimento, nelle bocche semiaperte.
Una modernità solitaria che rende Silvestro Lega un caso “a sé”, indipendente, ma nello stesso tempo un protagonista nel complesso universo dell’Ottocento italiano.

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