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Tony Oursler – L’inventore della videoscultura, l’intervista, la formazione

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intervista di Alessandra Troncana

Stile intervista in esclusiva Tony Oursler, uno dei maggiori protagonisti dell’arte contemporanea, “padre” della videoscultura.

Il suo lavoro è fondato sulla contaminazione tra due linguaggi quasi antitetici, la scultura e il video: che rapporto intercorre tra l’arte della tradizione e quella, più labile, di epoca postmoderna?
Sono discipline diverse, l’una solida e imperitura, l’altra effimera e illusionistica, ma si integrano perfettamente: la scultura conferisce un’aura di solennità ai contenuti trasmessi dal video. L’arte plastica si innesta nel linguaggio contemporaneo, ne denuncia la fragilità, ma interagendo con esso lo rende immortale.
Sembra un paradosso, in realtà è qualcosa di naturale e spontaneo. Non potrei creare ricorrendo a uno solo di questi linguaggi. Per me sono inscindibili.

Ritiene che i mezzi espressivi tradizionali – pittura e scultura -, se non supportati da video o performance siano inefficaci?
Nient’affatto. Io preferisco abbinare la scultura agli strumenti tipici del postmoderno, ma stimo gli artisti che si servono solo dei mezzi espressivi tradizionali.
Si tratta di una scelta. Personalmente non posso ignorare il progresso tecnologico, rivolgermi alla società contemporanea senza usufruire del suo linguaggio. La mia indagine, del resto, è inestricabilmente connessa al mondo del web, alle sue dinamiche e all’influenza che esercita sulla gente.

Non crede che il video e più in generale i nuovi media portino il pubblico a “subire” un’opera?
Il problema non risiede nell’arte, che mira a rendere libero l’individuo, ma nei media e nel potere economico. Tutte le grandi attività – si tratti di imprese militari, industriali, farmaceutiche o di fabbriche di illusioni come Hollywood e il gioco d’azzardo – fanno leva sulla fragilità dell’uomo. Agiscono come scaltri imbonitori, cialtroni che si approfittano delle nostre debolezze per trarne guadagno.
In questo senso, le persone si ritrovano a subire inconsapevolmente un’infinità di suggestioni perverse trasmesse incessantemente dalla televisione e da internet.

Qual è la sua posizione rispetto a internet?
La nuova tecnologia dovrebbe spesso essere valutata al livello più banale. Forse la gente passa troppo tempo a far nulla, che è una sorta di stato esistenziale contemporaneo: credere che si stia facendo qualcosa quando in realtà non si sta facendo niente. Potrebbe essere lo stadio finale del capitalismo. D’altro canto, mi sono assunto il compito di cercare di scoprire come fare qualcosa con internet, come trarne arte. Considero la rete una sorta di specchio universale, che continuerà a delineare la mente umana in modi singolari, come solo la tecnologia può fare, creando una sorta di costruzione esterna, parallela, dell’umanità. Possiamo navigare nel web, addentrarci nei suoi meandri, ma ne abbiamo raramente una visione d’insieme; pertanto volevo meglio definire questo progetto, farne un tema per il mio lavoro.

La musica è uno dei leitmotiv della sua produzione: in passato ha collaborato con artisti del calibro di David Bowie e i Sonic Youth. Come nasce questo connubio?
Tra musica e arte visiva incorre una relazione sinestetica: si tratta di campi affini, che si compenetrano e influenzano l’un l’altro. Mi piace contaminare il mio lavoro con le sonorità del rock, da cui traggo suggestioni e spunti infiniti.
E’ come se acuisse l’impulso a sfogare la tensione creativa. Non potrei concepire una netta separazione tra questi due mondi espressivi: i confini vanno valicati, confusi. Anzi, i confini non esistono.

In passato ha affermato di voler “creare un guasto nella cultura estetica”: qual è il suo obiettivo? Crede di averlo raggiunto?
Ho sempre aspirato ad essere un artista sovversivo, in grado di rivoluzionare il linguaggio dell’arte contemporanea, di provocare un impatto determinante sulla società, di cambiarne in modo incisivo norme e consuetudini. Ma ciò resta un sogno, un’utopia.
Apprezzo gli artisti che travalicano i limiti tradizionali, anche se spesso conseguono esiti che mi lasciano perplesso. Penso all’esperienza di Otto Muehl, che ha coltivato l’ambizione di creare una società su scala ridotta per poi “degenerare” nella comune.

Le sue opere evadono dal consueto spazio del video per coinvolgere il fruitore: quale ruolo riserva al pubblico?
L’osservatore si deve sentire parte integrante della mia opera: gli chiedo una percezione totale, che coinvolge più sensi e arriva ad insinuarsi nell’inconscio.
Vorrei che il fruitore si sentisse “inghiottito” da ogni installazione. Il mio intento è quello di spronare le persone ad affrontare i propri fantasmi, prendere coscienza delle turbe che le assillano e dare loro gli strumenti per affrancarsi dalle catene del sistema mediatico, che tenta di manipolare le nostre menti e ci annebbia con metodi subdoli, insidiosi.
Mi piacerebbe scrutare più spesso le reazioni della gente davanti ai miei lavori, capire quali meccanismi riesco a muovere, soprattutto constatare quali reazioni avvengano nella loro psiche.

In occasione di Open Obscura, l’ esposizione al Pac di Milano, lei ha presentato Peak, un lavoro che si discosta in modo quasi clamoroso dai precedenti: può parlarcene?
Si tratta di microcosmi realizzati con materiali scomposti e con microproiezioni. Opere minuscole che ricordano le Rube Goldberg machines, ossia quei meccanismi complicati che il cartoonist Goldberg faceva utilizzare ai suoi personaggi per svolgere azioni banali, quotidiane.
Sono sempre più attratto dall’idea della compressione, così lontana dalle installazioni monumentali cui lavoro dagli anni Ottanta. Con Peak mi addentro nella mente dell’osservatore, mi rivolgo alle sue pulsioni e lo costringo ad una fruizione intima, che richiede alta concentrazione e che sprona ad un’analisi introspettiva.

Quali sono gli artisti che hanno maggiormente influenzato la sua indagine?
Sono molto attratto dagli artisti che sembrano rappresentare stati psichici, come David Askevold, Robert Whitman e John Baldessari.
Attingo anche alle rozze fotografie di Daguerre e alla scomposizione di William James, che si muove tra conscio e subconscio.

Come vive le ingerenze del mercato nel sistema attuale dell’arte?
Le accetto. Il capitalismo ha invaso qualsiasi attività, con conseguenze spesso catastrofiche, ma bisogna riconoscere che costituisce il tratto distintivo della nostra epoca. Nel male, molto più che nel bene.
Tuttavia, non credo che riesca a determinare in modo così incisivo il lavoro degli artisti. Io, per lo meno, non mi sento soggiogato dalle leggi del mercato. Faccio ciò che mi piace, non ho vincoli nei confronti di mecenati facoltosi.

Non crede che l’arte contemporanea si riduca spesso a essere una vuota provocazione?
I lavori di alcuni colleghi mi lasciano perplesso, ma non si può generalizzare. L’arte ha ancora tanto da comunicare, specie in una società malata come quella in cui viviamo. E ci sono artisti validissimi in grado di muovere le coscienze.

Quali differenze riscontra tra l’approccio all’arte europeo e quello statunitense?
Ho viaggiato molto e frequentato Paesi estremamente dissimili per cultura e storia. La globalizzazione, tuttavia, ha appiattito gran parte delle differenze che caratterizzavano in modo distintivo nazioni e continenti geograficamente distanti.

Intravede un futuro per i giovani artisti?
Sono ottimista. Il panorama artistico è gremito di giovani talentuosi e bramosi di fare. Mi limito a fornire loro un suggerimento: evitate il consumo di droghe, leggere o pesanti, e concentratevi sul vostro lavoro con mente lucida.

 

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