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Utagawa Hiroshige – La formazione, le fonti, le stampe e l’influenza sull’Occidente

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Nato a Edo (oggi Tokyo), Utagawa Hiroshige (1797-1858), figlio di un samurai di basso rango al servizio del più grande feudatario del Giappone, visse in un’epoca densa di fermenti sociali ed artistici, segnata da profonde trasformazioni politiche e culturali. Poiché l’adempimento degli incarichi amministrativi attribuiti ai samurai – ed ereditati di padre in figlio – non assicurava entrate sufficienti per garantirne la sussistenza, essi si vedevano costretti ad intraprendere una seconda professione, come quella di medico, insegnante o pittore.
Fu quest’ultima la carriera abbracciata da Hiroshige che, rimasto orfano dei genitori a soli tredici anni, diventò discepolo di Utagawa Toyohiro, cimentandosi nella produzione di stampe che corredavano antologie di poesie umoristiche o ritraevano cortigiane e attori di teatro popolare.
Alla morte di Toyohiro, avvenuta nel 1828, la svolta: affrancatosi da ogni vincolo, Hiroshige si dedicò alla rappresentazione della natura, inaugurando un inedito e fortunato genere di paesaggio che suscitò l’interesse di molti pittori europei e statunitensi come Van Gogh, Monet e Whistler.
Stile ha intervistato Gian Carlo Calza, tra i massimi esperti occidentali di arte giapponese, nonché curatore della mostra Hiroshige, il maestro della natura

La società giapponese del XIX secolo assegnava alle stampe un ruolo meramente ornamentale?
Le stampe in Giappone erano molto più di un semplice ornamento: avevano una notevole forza di comunicazione culturale a livello sia borghese che popolare. In un certo senso rivestivano la funzione dei nostri rotocalchi, in quanto trasmettevano i messaggi e le espressioni della moda. La maggior parte di esse, infatti, ritraeva noti attori, bellezze femminili, personaggi letterari, miti nazionali.
Il paesaggio come soggetto, invece, si affermerà tardivamente, e proprio grazie a Hiroshige.

In che misura l’editore influenzava le scelte artistiche di un pittore?
L’influenza dell’editore era indubbiamente fortissima: spesso stipulava accordi economici con i proprietari di case o sale da tè, disposti a pagare pur di veder rappresentati i loro ambienti sulle stampe. In altri casi pubblicizzava la propria attività: in una stampa raffigurante il porto di Osaka, ad esempio, compare un’imbarcazione su cui è impresso il nome della casa editrice presso cui lavorava Hiroshige.


Il 1828 è l’anno della svolta nella carriera di Hiroshige: che cosa lo spinse ad indirizzare la propria ricerca, fino ad allora orientata soprattutto sulla rappresentazione dell’uomo, verso natura e paesaggio?
Data la mancanza pressoché totale di scritti autobiografici o teorici è difficile formulare una risposta esauriente. Nel 1828 muore Toyohiro, il maestro di Hiroshige, ed il Nostro si trova per la prima volta libero di scegliere, sperimentare, affrontare nuovi temi. Egli decide di dedicarsi esclusivamente al “racconto” della natura, e nel 1830 dà alle stampe le Trentasei vedute del monte Fuji. Fu forse l’enorme, inatteso successo riscosso da questi lavori a indurlo ad abbandonare in via definitiva la raffigurazione dell’uomo in favore del paesaggio.

Quali sono le fonti cui Hiroshige attingeva per l’esecuzione delle sue vedute?
Tutti concordano sul fatto che Hiroshige attingesse a guide turistiche e libri di illustrazione per costruire le immagini di molte sue opere, che venivano al contrario spacciate come prese dal vivo. Grazie al formato – in genere 26×28 cm – e alla qualità artistica, le sue stampe a colori diventarono comunque ben presto uno strumento di divulgazione assai più significativo rispetto alle guide in circolazione.
Per quanto concerne invece la rappresentazione di animali, soprattutto uccelli esotici, egli ebbe la possibilità di studiare de visu i suoi soggetti: i giapponesi importavano infatti al tempo diverse specie di volatili dalla Cina e ne facevano strumento di attrazione in luoghi di ritrovo come ristoranti e case da tè.

Nella pittura occidentale, il paesaggio cela sovente significati allegorici: ciò vale anche per le vedute di Hiroshige?
Se il tema in Occidente è legato alla “riscoperta” dell’Arcadia, nella tradizione nipponica è piuttosto connesso alla religione primigenia e prevede la compartecipazione dell’uomo alla natura, considerata divina. Eseguendo le sue vedute all’interno di Edo e nelle province, Hiroshige compie inconsciamente un’opera unificatrice, poiché incita i giapponesi a prendere consapevolezza del proprio Paese, della propria identità nazionale, instilla sentimenti patriottici e al contempo suggerisce una riflessione introspettiva, un intimo ricongiungimento con la realtà originaria.

E’ possibile ravvisare, nelle sue stampe, influssi dell’arte europea?
Senz’altro Hiroshige ebbe modo di studiare la prospettiva e di ammirare i capolavori riprodotti in manuali e testi specialistici, ma non sembra che ne fosse particolarmente attratto. Sarebbe opportuno, in ogni caso, parlare di un’influenza plastica più che pittorica: dalla nostra cultura l’artista ha desunto e fatto propria la volontà di ritrarre il vero, di descrivere la realtà che ci circonda e non un mondo immaginifico e lontano.

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